4. 69. Sixty-Nine di Murakami Ryū

Il libro scelto dai lettori per il quarto incontro del 17 ottobre 2019 è: 69. Sixty-Nine di Murakami Ryū (Trad. di Gianluca Coci, Atmosphere Libri, 2019).

 

La recensione vincitrice

Murakami Ryū e la “summer of ’69” giapponese
Carlotta Andrea Telloli

Nel 1969 l’uomo sbarcava sulla luna.bookclub_17-10-2019
Nel 1969 i Beatles suonavano sul tetto della Apple a Londra.
Nel 1969 c’era la guerra in Vietnam.
Nel 1969 si teneva il festival di Woodstock.
Nel 1969 usciva nelle sale cinematografiche Easy Rider.
Nel 1969 avveniva la strage di Piazza Fontana a Milano.
Nel 1969 i Led Zeppelin pubblicavano il loro primo album.
Nel 2019, a cinquant’anni da un anno che ha rivoluzionato la storia mondiale, viene pubblicato 69. Sixty-Nine di Murakami Ryū, a cura della casa editrice Atmosphere libri e tradotto da Gianluca Coci.

Lasciate ogni speranza, o voi che entrate, di ritrovare in questo romanzo il Murakami Ryū di Tokyo Soup o di Blu quasi trasparente, rude, violento, ai limiti della tolleranza del lettore, così come la speranza di trovare un delicato racconto giapponese dalle atmosfere trasognanti e impalpabili. Questo romanzo fu scritto nel 1987 ed è in gran parte il racconto autobiografico dell’autore, sebbene si conceda senza ombra di dubbio una buona dose di fantasia, mantenendo il suo modo di scrivere diretto, vivace, concreto, essenziale e anche piuttosto comico. Il suo alter ego nel romanzo è Yazaki Kensuke, o più semplicemente Ken, un cinico e sprezzante manipolatore di diciassette anni. Attorno a lui una serie di personaggi stereotipati e ben etichettati, come i suoi amici Adama, che veniva da un piccolo e povero paese di minatori e Iwase, il timido intellettuale, Lady Jane, la bella e inarrivabile studentessa-angelo, e poi i Playboy, i Rockettari e gli Attivisti, veri e propri gruppi di cui non è necessaria alcun’altra spiegazione.
Ma cosa accadeva in Giappone nel 1969? O meglio, cosa accadeva nella cittadina di Sasebo, affacciata sul mare?
A Sasebo c’era una base militare americana, i cui aerei con destinazione Vietnam riempivano rumorosamente l’aria. La base non ha un ruolo primario nel racconto, ma indugia sullo sfondo; è una presenza che ci osserva costantemente dall’alto e di cui è impossibile non percepire la minaccia, come una fabbrica fumante accanto a un villaggio di agricoltori. In altre parole, il fantasma della guerra in Vietnam.
A Sasebo ci sono gli strascichi del Sessantotto, c’è la volontà di insorgere e ribellarsi agli schemi, in particolare al rigido sistema scolastico giapponese, descritto come se fosse un cantiere da cui escono esseri umani programmati per seguire una determinata strada: frequentare l’università, trovare un lavoro, farsi una famiglia. Allora ecco che ci si avvale dei modelli europei per sovvertire il sistema: “l’immaginazione al potere!” dicevano Marcuse e il nostro Yazaki Ken. Si barricano le scuole, si commettono atti vandalici, si protesta, si ricerca l’intellettualità anche nello svolgere le azioni più banali. L’obiettivo dei tre amici del romanzo è quello di fare un festival in cui tutte le arti convivono, nelle loro manifestazioni più estreme, come a voler dire “la nostra strada non si limita a quella che il sistema ci impone, noi possiamo fare tutto ciò che vogliamo”. La liberté, quel monumentale obiettivo figlio di tutte le generazioni.
E’ sempre dall’Europa e dagli Stati Uniti che provengono i modelli culturali, veicoli di quell’intima necessità di sentirsi ribelli dentro e fuori, di fare qualcosa di grande, di emanciparsi, di saper cogliere il vero senso che si cela dentro ad ogni cosa. Per capire quanto l’Occidente abbia influenzato gli adolescenti giapponesi basta scorrere i nomi dei capitoli del romanzo, in cui si alternano letteratura, cinema, politica e soprattutto musica. La musica rock ricopre un ruolo fondamentale nella narrazione, così come rock si può considerare lo stile con cui Ken affronta la sua vita di adolescente. Sì, perché il rock è uno stile di vita e in quanto tale si insinua nel proprio modo di fare, di vedere, di pensare. Non c’è situazione che non possa essere accompagnata da un buon disco e, a pensarci, non ci si dimentica mai nel corso di tutta una vita dei dischi che hanno accompagnato la nostra adolescenza, come se fossero stati scritti da noi, come se fossero stati incisi dalle nostre gioie, dai nostri dolori, dalle nostre fatiche e dalle nostre ricompense, solco dopo solco. Ma i personaggi di questo romanzo possedevano davvero tutta questa poesia, questo intellettualismo, questa fervida passione? O è stato un vento passeggero, una breve deviazione dalla routine, un mero strumento per svagarsi un po’, per cercare di conquistare popolarità, belle ragazze, riconoscimento? Ken dice così:

“Adama era mio amico, era leale, a modo suo. Non era in me che credeva, bensì in qualcosa di cui erano intrisi quei tardi anni Sessanta. Era fedele a quel qualcosa, anche se non saprei spiegare di preciso di che si trattava. Qualunque cosa fosse, ci faceva sentire liberi, non condizionati da valori codificati. Era la nostra salvezza.”

A questa citazione lascio l’ultima parola, perché tutti noi, da ragazzi, abbiamo creduto in qualcosa, anche se per un breve momento, anche se quel qualcosa si è poi rivelato diverso da ciò che pensavamo che fosse, o forse non abbiamo mai smesso di crederci e ogni anno finisce per essere per noi un altro 1969.

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